BIOLOGICO O CONVENZIONALE?

Tra pesticidi, biologico e rischio di cancro: la scelta migliore per la nostra salute non è così scontata

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Chi ha paura dei pesticidi? La percezione del rischio e la chemofobia sono delle potenti motivazioni che guidano le nostre scelte tra i prodotti della grande distribuzione.

Vediamo insieme come l’agricoltura convenzionale non è seconda a quella biologica.

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È bene ripeterlo: se ci rifacciamo alle Linee guida per una sana alimentazione e badiamo a conservare, preparare e cuocere al meglio i nostri alimenti evitando contaminazioni (quindi seguendo regole di igiene e buon senso) il gioco è fatto e il rischio per la nostra salute, inteso in termini di mortalità per tutte le cause, sarà basso.

In altre parole non dobbiamo temere il cibo che portiamo sulle nostre tavole e, se ci piace, possiamo anche sceglierlo biologico. Ma solo se ci piace, e non perché temiamo i pesticidi.

La percezione del rischio[1]

Oggi sappiamo che i pesticidi sono sostanze pericolose ma, nelle corrette condizioni di utilizzo, non rischiose.

Queste due parole, rischio e pericolo, possiedono un significato univoco:

  • PERICOLO
    Secondo il Glossario EFSA con “pericolo” ci si riferisce a sostanze o attività che potenzialmente potrebbero nuocere, scatenando effetti avversi ad organismi viventi o per gli ambienti nei quali agiscono
  • RISCHIO
    Con “rischio”, invece, ci si riferisce non più ad una qualità intrinseca della sostanza o dell’azione nociva, ma a una funzione di probabilità di un effetto avverso per la salute e alla gravità di tale effetto.

La differenza non è così sottile come sembra ma il giudizio di chi bada ad attuare azioni concrete per mantenere la buona salute è spesso confuso da euristiche cognitive (di una famosa euristica, l’effetto Dunning-Kruger, abbiamo parlato in questo articolo), ragionamento intuitivo e non critico, e influenzato da media, stigma, credenze personali, e così avanti.

Che dire della chemofobia?

Figlia della confusione tra rischio e pericolo è la chemofobia, ovvero la paura nei confronti di ciò che è “chimico”, contrapposto a ciò che invece è “naturale”.

In un sondaggio tutto Europeo il 39% delle persone interrogate desidera vivere in un mondo privo di sostanze chimiche e il 76% riconosce che è sempre rischioso essere esposti a sostanze chimiche di sintesi, indipendentemente dal livello di esposizione[2].

La chemofobia si ripercuote anche sulla nostra spesa alimentare e ne deriva la tendenza assai comune a dividere i cibi che scegliamo in alimenti buoni (salutari, “naturali” e biologici) ed alimenti cattivi (pericolosi o rischiosi, senza alcuna differenza tra le due accezioni, “chimici” e di sintesi). Questo approccio determina una inevitabile polarizzazione del nostro approccio all’alimentazione.

Non è però corretto attuare questa divisione dicotomica, in primis perché non c’è alcuna differenza tra le molecole: se pericolose, quelle sintetizzate in laboratorio, le “sostanze chimiche” per accezione comune quindi, avranno gli stessi effetti di quelle ottenute per estrazione e purificazione da prodotti “naturali”; se benefiche, idem.

Una seconda motivazione risiede nel fatto, forse scontato ma è meglio ribadirlo, che noi siamo circondati dalla chimica (noi siamo chimica): è evidente che il nostro modo di interfacciarci con la realtà deve necessariamente fare quel passo in più.

Pesticidi: ce ne sono anche di naturali!

Tra le sostanze che più ci spingono a scegliere il biologico, inutile negarlo, vi è l’insieme di molecole che prende comunemente il nome di pesticidi.

I pesticidi sono definiti da FAO-UNO come qualsiasi sostanza o miscela di sostanze destinata a prevenire, distruggere o controllare qualsiasi organismo nocivo, inclusi i vettori di malattie umane e animali, le specie indesiderate di piante o animali che causano danni o comunque interferiscono durante la produzione, la lavorazione, a conservazione il trasporto e la commercializzazione di cibo, derrate alimentari, legname e suoi derivati, alimenti zootecnici, nonché le sostanze che possono essere destinate agli animali per il controllo di insetti, acari, o altri organismi nocivi somministrate o applicate a essi.

Il termine si applica anche a composti utilizzati per regolare la crescita dei vegetali, defoglianti, disseccanti, diradanti o anticascola dei frutti, e a quelli applicati alle coltivazioni prima o dopo il raccolto per proteggerlo dal deterioramento durante la conservazione e il trasporto[3].

Sebbene la legislazione EU (EC) N° 1107/2009 disciplini la commercializzazione e l’utilizzo dei pesticidi, che comunque non possono essere adoperati se non prima autorizzati, e dei loro residui negli alimenti, resta la paura che possano recare danno.

Questa preoccupazione è rafforzata dal fatto che lo IARC (International Agency for Research on Cancer) ha inserito nel 2015 nel gruppo 2A – quello comprendente le sostanze probabilmente cancerogene per gli esseri umani ma per le quali le evidenze sono ancora limitate – 3 principi attivi ampiamente utilizzati nella composizione di fitofarmaci: malathion, diazinon e il temibile glifosato[4].

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Oltre lo IARC

Per quanto ne sappiamo il punto è uno e uno solo: è difficile stabilire un nesso causale tra un particolare principio attivo e una patologia, a maggior ragione se la patologia in questione è cronica e a decorso lungo e degenerativo come vari tipi di cancro, disendocronopatie e alterazioni cardio-metaboliche, che nel complesso fanno la parte del leone per le patologie non trasmissibili che tanto ci preoccupano e tanto sono comuni nel nostro Paese.

Non solo: le Monografie IARC propongono “solo” valutazioni scientifiche aggiornate, ma rimane responsabilità dei singoli governi e di altre organizzazioni internazionali il raccomandare interventi di regolamentazione e legislazione a tutela della salute pubblica.

È così che in Europa si usa un sistema a due livelli: l’EFSA valuta le sostanze attive contenute nei prodotti fitosanitari e gli Stati membri valutano e autorizzano i prodotti a livello nazionale perché nel nostro piatto arrivino solo i cibi considerati sicuri.

Lo diceva Paracelso…

In questo discorso non possiamo poi non considerare la predisposizione individuale a sviluppare una patologia e il fatto che le esposizioni a fattori di rischio sono sempre multiple e certamente non limitate ai soli pesticidi.

Anche perché, a voler essere pignoli, non è che gli alimenti in natura non abbiano evoluto essi stessi dei pesticidi per difendersi da agenti dannosi. Si stima infatti che ingeriamo 10.000 volte più pesticidi “naturali” rispetto a quelli “aggiunti”, per un quantitativo di 1,5 g al giorno[5]. E, cosa ancora più importante, è la dose di esposizione a determinare la tossicità: perfino la sostanza che consideriamo più innocua tra tutte, l’acqua, può recare danno e portare a coma o morte se ne assumiamo troppa in un lasso temporale ristretto. Lo disse Paracelso ed è ancora così: è la dose a fare il veleno[6].

Ma i pesticidi sono o non sono dannosi?

Il più ampio studio sulla relazione fra esposizione a pesticidi e patologie croniche proviene dai dati dell’Agricoltural Health Study (AHS) in cui si documenta cosa avviene in caso di esposizione cronica a pesticidi, ovvero l’esposizione a dosi piccole e prolungate nel tempo di queste sostanze.

Nei pazienti esaminati si è registrato un incremento di rischio per molteplici patologie quali cancro, diabete, patologie respiratorie, malattie neurodegenerative e cardiovascolari, disturbi della sfera riproduttiva, disfunzioni metaboliche ed ormonali (specie della tiroide)[7].

E la probabilità di incorrere in malattia è ancor più elevata se l’esposizione avviene nelle fasi precoci della vita, a cominciare dal periodo embrio-fetale[8] (in questo articolo abbiamo analizzato in che modo l’alimentazione nei nostri prime mille giorni di vita sia fondamentale per la nostra salute futura).

Niente pesticidi nel biologico?

Occorre a questo punto stabilire se arrivano dei residui di pesticidi sulle nostre tavole. Dal report annuale che l’EFSA propone, per un totale di oltre 91.000 campioni analizzati nel 2018, il 95,5% risultano perfettamente entro i limiti di legge, e questo si traduce come: gli alimenti nella grande distribuzione possono considerarsi sicuri, siano essi biologici o convenzionali[9].

E non è un caso siano stati valutati anche i cibi che si fregiano dell’attestazione Organic: anche in un sistema biologico è ammesso l’utilizzo dei pesticidi!

Non sono però approvate tutte le molecole proprie dell’agricoltura convenzionale… e questo non è necessariamente un bene perché possono essere utilizzate sostanze ad azione plurima e a impatto ambientale maggiore rispetto a composti selezionati per una funzione topica.

Il paradigma della dieta varia

Siccome l’epidemiologia basa le proprie conoscenze su un continuo divenire fatto di nuove scoperte e continui cambi di prospettiva è bene sempre utilizzare un principio importante nel nostro approccio a tavola, ovvero ricorrere alla varietà.

Perché, sebbene il cibo che arriva sulle nostre tavole comporti un pericolo ragionevolmente contenuto in termini di cancerogenicità, è buona norma alternare, se piacciono, tutti gli alimenti per limitare eventuali esposizioni a fattori di rischio.

E se quello che ci preoccupa è il rischio di sviluppare un tumore nel corso della vita oggi non abbiamo prove che diminuisca consumando alimenti biologici[10].

È innegabile che i pesticidi siano agenti pericolosi ma il rischio che eventuali residui presenti negli alimenti causino tumore è complessivamente basso e paragonabile tra cibi da agricoltura convenzionale e biologica, e tutelato da normative comunitarie e nazionali.

Ricordiamo sempre che oggi ciò che realmente influenza la qualità del cibo che portiamo sulle nostre tavole (e di conseguenza la nostra salute) sono i microrganismi patogeni come batteri e funghi: le infezioni alimentari in USA si manifestano clinicamente in 76.000.000 di persone, comportano 325.000 ospedalizzazioni e causano 5.000 morti[11].

gianluca merola e mila bonomi

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    [1] Technical assistance in the field of risk communication. EFSA, Scientific Report. Publically consultable from 18 November 2020. DOI: 10.2903/j.efsa.2021.xxxx.

    [2] Siegrist, Michael, and Angela Bearth. Chemophobia in Europe and reasons for biased risk perceptions. Nature chemistry 11.12 (2019): 1071-1072.

    [3] Definizione di pesticida da FAO-UNO consultabile al link: http://www.fao.org/3/y4544e/y4544e02.htm#bm2.2.

    [4] IARC Monographs Volume 112: evaluation of five organophosphate insecticides and herbicides, 20 Marzo 2015.

    [5] Ames, B. N., & Gold, L. S. (1989). Pesticides, risk, and applesauce. Science, 244, 755–757.

    [6] Frank, P., & Ottoboni, M. A. (2011). The dose makes the poison (3rd ed.). Hoboken: John Wiley.

    [7] Mostafalou S Abdollahi M. 2013 Toxicol Appl Pharmacol. Apr 15;268(2):157-77. Pesticides and human chronic diseases: evidences, mechanisms, and perspectives.

    [8] James R. Roberts, Catherine J. Karr 2012 Pediatrics; 130;e1765; Pesticide Exposure in Children.

    [9] The 2018 European Union report on pesticide residues in food. EFSA Journal 2020;18(4):6057.

    [10] Bradbury, K., Balkwill, A., Spencer, E. et al. Organic food consumption and the incidence of cancer in a large prospective study of women in the United Kingdom. Br J Cancer 110, 2321–2326 (2014). https://doi.org/10.1038/bjc.2014.148.

    [11] Taubes, G. (2008). The bacteria fight back. Science, 321, 356–361.